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Florence: Storia del ceppo a Natale


25 dicembre 2017 presso Firenze poco conosciuta a Florence.

Il Natale con l’antica tradizione del Ceppo dell’Artusi.

A Firenze, come in gran parte d’Europa, la festa più sentita e celebrata era il Natale. Alla sera del 24 Dicembre mentre si vegliava in attesa di recarsi alla Messa di mezzanotte, era diffusa l’usanza di
riunirsi intorno al camino, dove ardeva un bel “ceppo” di albero, meglio se di quercia o di olivo.
Infatti, era ritenuto che, più a lungo ardeva il ceppo, più lunga sarebbe stata la vita di tutti i familiari raccolti attorno al suo fuoco. Il rito prevedeva che fosse il più anziano della famiglia a scegliere il
“ciocco”, fra i vari pezzi di legno più grossi e stagionati, che poi benediva con il segno della croce e quindi collocava fra gli alari del focolare. Nel momento in cui il ceppo era ben infuocato, veniva
battuto con gli strumenti da fuoco, le molle o la paletta di ferro, affinché sprigionasse una gran quantità di faville, dalle quali venivano tratti i più vari auspici propiziatori.

Anche Dante, nella sua Commedia, precisamente nel Paradiso, C. XVIII, vv.100-102, accenna a questa usanza, che era quindi di origine medioevale, quando scrive:
Poi come nel percuoter de’ciocchi arsi surgono innumerabili faville,
onde gli stolti sogliono augurarsi

All’indomani mattina del 25 Dicembre, veniva poi raccolta la cenere del ceppo bruciato a purificazione del focolare domestico, che con la sua ardente fiamma aveva eliminato tutta la negatività e le delusioni dell’anno: tale cenere veniva poi cosparsa sui campi o nei giardini, a protezione delle colture. I Fiorentini usavano la parola “ceppo” anche quale sinonimo di regalo.
Questo, probabilmente, era derivato dall’abitudine di donare, nel periodo antecedente il Natale, un vero e proprio ceppo di quercia o d’olivo, quale omaggio augurale. I nostri antenati chiamavano
ceppo” addirittura il Natale, come pure i regali che nell’occasione venivano donati. Ma “ceppo” era detta anche la cassettina per la raccolta delle elemosine collocata nelle chiese, negli spedali e
presso le sedi delle compagnie laiche e religiose, consistente almeno in origine, in un pezzo di tronco svuotato, con una fessura nella quale, venivano inserite le monete oggetto dell’offerta. La
parola “ceppo”, pur avendo più significati, era però legata sempre all’idea di “festa-regalo” tanto da poter dire che, almeno per i più piccini, non c’era Natale senza doni, accompagnati dalla famiglia,
tutta festosamente riunita intorno ad una tavola, particolarmente imbandita. Tradizione che è sempre la peculiarità che caratterizza questa festa, l’unica fra tutte che ha conservato sino ad oggi intatto il carattere genuino dei tempi passati, tanto da rendere sempre valido l’antico proverbio Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.

Celebrando questa festa religiosa, la città manifestava anche il suo
primitivo carattere mercantile soprattutto nella tradizione di allestire con gusto e ricercatezza le vetrine delle botteghe. Infatti i giorni precedenti il Natale le vie e i negozi sono sempre stati
particolarmente animati da un andirivieni di potenziali acquirenti che, per l’occasione, forse non badavano neppure a spendere un po’ troppo, in quanto era uso dire Il Natale viene una volta all’anno, per cui anche l’abituale parsimonia fiorentina, che faceva spendere i soldi con i gomiti, veniva momentaneamente accantonata. Vi era anche l’abitudine di andare a far visita ad amici e parenti per scambiarsi doni ed auguri di: buone feste, buon Natale, buon Ceppo, buon Anno Nuovo.

Durante il breve periodo di festività natalizie, con la parola “ceppo” s’identificava anche quel denaro, dato in regalia ai garzoni delle botteghe e a tutti coloro che avevano prestato un servizio, per il quale s’intendeva ricompensali elargendo le cosiddette mance, così chiamate in quanto elargite con la mano mancina, cioè con quella che sta dalla parte del cuore. Ma Ceppo era anche quella piramide triangolare allungata, realizzata in legno a due, tre o quattro ripiani, ornata di pine dorate, ramoscelli d’abete, fiori di carta colorata e candeline: il precursore dell’albero di Natale, poi definitivamente sostituito con il nordico abete. La celebrazione della festività del Natale in famiglia aveva una sua ritualità che si è mantenuta inalterata per molti anni, fino al secondo dopoguerra, quando tali tradizioni sono state in parte sostituite ed integrate, da alcune di origine nordica in seguito rielaborate dagli abitanti del Nord America. Tra queste la più popolare riguarda Santa Claus, divenuto poi Babbo Natale, e rappresentato da un vecchio, panciuto e bonario vestito di rosso e bianco trainato su una slitta tirata da renne, carica di doni.
La sera della vigilia, come già detto, la maggior parte delle famiglie si raccoglieva intorno al canto del fuoco, per riscaldarsi alla gioiosa fiamma e fra la tremolante ed incerta luce e lo scoppiettare del ceppo in attesa della mezzanotte, per scambiarsi i rituali auguri e quindi recarsi tutti insieme a Messa. Un po’ prima della fatidica ora, i ragazzi venivano allontanati per poter dar modo ai genitori, parenti ed amici di sistemare sul “ceppo” il precursore dell’abete, le “sorprese” cioè i regali loro destinati. Giovan Battista Fagioli nella sua Cicalata, racconta che i bambini, in ansiosa attesa di rientrare nella stanza per prendersi i doni, canticchiavano con ritmica cantilena, la seguente filastrocca:
Ave Maria del Ceppo,Angelo benedetto!
L’angelo mi rispose:
Ceppo mio bello
Portami tante cose!

Ben disposti sui piani superiori trovavano i regali desiderati,insieme a dolci e frutta, mentre in quello più basso della piramide, troneggiava un piccolo presepe. Questi ceppi porta doni, o meglio
portadolci, potevano essere fabbricati direttamente in casa, unendo al vertice tre asticelle, poi divaricate e connesse ai ripiani, oppure venivano acquistati già pronti da venditori ambulanti o presso i banchi fissi sotto le Logge di Mercato Nuovo al Porcellino. Qui si potevano comprare anche i personaggi di gesso, indispensabili per allestire la tradizionale “capannuccia”, d’origine francescana, e popolare a Firenze fin dal Quattrocento. Infatti, l’abitudine di fare il Presepe, che in principio era soltanto prerogativa delle chiese, si estese ben presto alle abitazioni dei nobili e dei borghesi, per divenire successivamente un simbolo visivo della Natività, presente in quasi tutte le case. I personaggi della capannuccia, spesso e volentieri erano vere e proprie piccole opere d’arte, fatte quasi esclusivamente in terracotta dell’Impruneta, oppure in gesso da modesti artigiani, i cosiddetti figurinai della Garfagnana, che in particolare risiedevano nel paese di Coreglia in Val di Lima. Con questo materiale povero e fragile, i figurinai riuscivano a realizzare i vari personaggi del presepe, che andavano poi a vendere ovunque, riuscendo così a raggranellare un po’ di soldi per mettere insieme il pranzo con la cena.

Poi, alla mezzanotte, le persone si ritrovavano nelle chiese più importanti della città: al Duomo, alla Santissima Annunziata, a San Lorenzo, a Santa Maria Novella e a Santo Spirito, ad ascoltare al suon dell’organo, la solenne Messa Cantata, che si celebrava con sfarzo di luci e paramenti. Al Gloria i festosi rintocchi delle campane rompevano il silenzio della notte in segno d’allegrezza, mentre sugli altari veniva scoperta, o adagiata fra la
paglia, la statuina del Bambin Gesù. Terminato il rito religioso, attratti dall’inconfondibile fragranza del pane fresco proveniente dai forni, molti fedeli ritornando alle proprie abitazioni si fermavano a
mangiare la schiacciata con l’olio che, proprio per l’occasione, veniva sfornata “calda abbollore” a quell’insolita ora. Poi, tutti a letto! E finalmente la grande festa: Il giorno di Natale, richiamati dal rito del grande pranzo, le famiglie si sedevano intorno alla tavola imbandita e consumavano in armonia e letizia l’appetitoso banchetto con, almeno quando era possibile, il tradizionale cappone lesso. Fino a poco tempo fa, vi era la tradizione di invitare alla cena, il giorno di Natale, le vedove, le zitelle e gli scapoli: ovvero tutte quelle persone sole, che non avrebbero potuto avere la gioia di una riunione familiare. Oggi il vero protagonista è il giovane albero di Natale, d’origine nordica e celtica, ornato con multicolori oggettini di vetro, nastri d’oro e d’argento, dolcetti, piccoli doni:
divenuto oggi il simbolo di questa festa, poiché è presente nelle case, nelle vetrine dei negozi, nelle vie e nelle piazze per la gioia di tutti.

Indirizzo: via delle Conce 22, Florence
Storia del ceppo a Natale

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